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Oggi in Spagna…
Quando avevo sette anni decisi di uccidere il generale Franco. Per farlo avrei dovuto perรฒ aspettare di avere dodici anni: allora, pensavo, sarei stata grande abbastanza per andare da sola in Spagna. Immaginavo che Franco sarebbe uscito in una macchina scoperta in mezzo alla folla e che io ne avrei approfittato per ammazzarlo. Lโimmagine che mi facevo dellโattentato mi veniva forse da unโillustrazione dellโEnciclopedia dei ragazzi, una vecchia edizione dellโinizio del secolo che avevamo in casa, in cui era raffigurato โ credo โ lโattentato di Gaetano Bresci ad Umberto I. Mi vedevo estrarre una pistola, in mezzo alla folla, e sparargli. Lo avrei ucciso, senzโombra di dubbio. Non immaginavo che per colpire un bersaglio ci volesse un grande addestramento. Il vero problema sarebbe stato cosa sarebbe successo dopo: se nessuno, tra la gente, mi avesse visto sparare, pensavo, avrei avuto la possibilitร di cavarmela, anche perchรฉ forse nessuno avrebbe sospettato di una bambina. Altrimenti, avrei affrontato a testa alta il plotone di esecuzione. Non mi domandai mai dove avrei preso la pistola e cominciai a contare gli anni su quel progetto: mancavano cinque anni, quattro anni, tre anni…
Non ne parlai con nessuno, nemmeno in famiglia. Non ricordo come smisi di pensarci, forse quando avvicinandomi ai dodici anni cominciai a interessarmi ai ragazzi e alle scarpe col tacco invece che ad uccidere i tiranni. Ripensandoci, credo che il mio progetto di tirannicidio nascesse soprattutto dal desiderio di sentirmi approvata da mia madre. Suo fratello Renzo, infatti, era morto in Spagna a ventiquattro anni combattendo contro Franco durante la guerra civile. Renzo era lโeroe della famiglia; in casa se ne parlava molto. Soprattutto mia nonna mi raccontava di lui. Era andata in Spagna, alla fine degli anni Quaranta, a cercarne il corpo senza tuttavia trovarlo. Era andata da sola, perchรฉ al nonno, che allora era senatore socialista, Franco non aveva concesso il visto. Mi commuoveva giร da bambina questo pellegrinaggio coraggioso e solitario della nonna. Nella casa dei nonni a Torino, in corso Peschiera, cโera una cornice con una fotografia di Cesare Pavese, che sotto vetro aveva un rametto di ulivo raccolto da mia nonna in Estremadura, sul luogo dove Renzo era caduto. Di Renzo, Pavese era stato amico โ Renzo era il piรน giovane del gruppo di ex studenti che gravitava intorno ad Augusto Monti โ e la sua morte lo aveva molto colpito. Non so perchรฉ mia nonna avesse scelto proprio la foto di Pavese, e non quella, ad esempio, di Mario Levi, che di mio zio era stato un amico fraterno. Forse lo aveva fatto dopo il suicidio di Pavese, considerandoli accomunati dalla morte.
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