Archivio mensile Luglio 2025

๐‘บ๐’๐’“๐’†๐’๐’๐’† ๐’”๐’‘๐’‚๐’Š๐’‚๐’•๐’†, ๐‘ณ๐’–๐’„๐’Š๐’‚ ๐‘ฌ๐’”๐’‘๐’๐’”๐’Š๐’•๐’, ๐‘ฎ๐’Š๐’–๐’๐’•๐’Š.

2 gennaio 1998, treno

Il treno partirร  alle sette e trenta dalla stazione centrale di Napoli. In orario. Seconda classe, carrozza numero otto, posto quindici. Prima di salire a bordo saluto la comitiva di parenti che mi scorta fino al binario tre intonando una cantilena di raccomandazioni โ€“ metti il cappello, ricorda la sciarpa, infila i guanti, telefona appena arrivi, chiudi la porta di casa, controlla il rubinetto del gas โ€“ che confluisce in un fragoroso crescendo rossiniano di: ยซMangia! Mangia! Mangia!ยป.
Per essere sicuri che il loro appello non cada nel vuoto e garantirmi il sostentamento per almeno i prossimi dieci anni, zii e cugini di ogni grado mi consegnano buste e zaini pieni di viveri e mi baciano come se non dovessi tornare mai piรน. Salgo sul treno, sistemo i bagagli e mi sporgo dal finestrino.
Sorrido spavalda mentre mia madre, giocando dโ€™anticipo con le sue lacrime, estrae un fazzoletto di cotone bianco dalla borsa. I parenti si avvicinano il piรน possibile alla carrozza per lanciare baci, qualcuno allunga il braccio per imprimerli sul vetro del finestrino. Mia sorella Chiara rimane ferma un passo indietro. Immobile, nascosta dalla sciarpa che le copre la bocca. Guardo solo lei, aspetto un saluto, un cenno con la mano o una smorfia con il viso, ma รจ lโ€™unica del gruppo che non si agita, che non fa nulla.
Il capostazione fischia. Il treno parte. Ci vorrebbe un ritardo che dilati il tempo degli abbracci, ma al di lร  del vetro vedo Chiara farsi sempre piรน piccola fino a sparire e scorgo solo un puntino bianco: il fazzoletto che mia madre sventola come nelle partenze di un secolo fa, quando i parenti salutavano dalla banchina gli emigranti imbarcati sui piroscafi diretti in America.
Vorrei fermare la carrozza e scendere, ma sistemo la valigia e mi siedo al mio posto. Mi guardo attorno. Capisco subito che non parlerรฒ con nessuno almeno fino a Roma.
Mi sento sollevata, questa solitudine mi rassicura. Non sopporterei la curiositร  di un passeggero nรฉ le sue domande di circostanza. Ho troppi interrogativi dentro di me per dare risposte a degli sconosciuti. Tiro fuori dalla borsa il mio taccuino e comincio a scrivere. In fondo, a sinistra, con la
guancia schiacciata contro il finestrino, cโ€™รจ un uomo senza etร . Ha lโ€™aria di chi non ha nessuno da rivedere. Guardo in alto, nel vano portabagagli. รˆ vuoto. Sul tavolino ha appoggiato un sacchetto da cui spunta il collo di una bottiglia di plastica senza tappo. Come alza lo sguardo su di me, io non
lo fisso piรน. Dietro di me รจ seduto un anziano in giacca e cravatta, i capelli bianchi pettinati allโ€™indietro. Dai suoi discorsi con il vicino capisco che รจ diretto a Milano. Come me.
A fare che?
Giร , perchรฉ si va a Milano? Rimbomba una voce nella mia testa. รˆ unโ€™eco che non riesco a silenziare. Mi sento dilaniata, il treno รจ proiettato in avanti e io guardo indietro. Il futuro mi attira, il passato mi risucchia.

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๐‘ป๐’Š๐’๐’‚ ๐‘จ๐’๐’”๐’†๐’๐’Ž๐’Š. ๐‘ณ๐’‚ ๐’“๐’‚๐’ˆ๐’‚๐’›๐’›๐’‚ ๐’…๐’†๐’๐’๐’‚ ๐‘น๐’†๐’‘๐’–๐’ƒ๐’ƒ๐’๐’Š๐’„๐’‚, ๐‘ช๐’‰๐’Š๐’‚๐’“๐’‚๐’”๐’•๐’†๐’๐’๐’‚ ๐‘ช๐’‚๐’Ž๐’‘๐’‚๐’๐’†๐’๐’๐’Š, ๐‘ฎ๐’“๐’‚๐’‘๐’‰๐’๐’‡๐’†๐’†๐’.

1936, Castelfranco Veneto

ยซFacciamo che tu sei Sandokan, e io la perla di Labuan. E quello รจ… รจ un elefante!ยป, disse Tina con gli occhi scintillanti, indicando il mulo dietro la staccionata.
ยซVedo gli inglesi allโ€™orizzonte, prepariamoci allo scontro!ยป esclamรฒ Piero, portandosi agli occhi un bastoncino un poโ€™ tozzo, lungo piรน o meno come la sua mano.
ยซAspettate! Dobbiamo costruire una barcaยป strillรฒ Bruno, col timore che non lo sentissero.
I tre bambini si misero subito allโ€™opera. Bruno era andato dritto verso un lungo bastone disteso sul selciato, con lโ€™intenzione di realizzare lโ€™albero maestro. Tina con tutta la forza che aveva in corpo trascinava una grossa cassa di legno trovata davanti casa, dove in genere la nonna Maria riponeva i fiaschi di vino per lโ€™osteria. Piero era corso verso la biancheria stesa al sole, che continuava ad arrotolarsi sui fili, spinta dal forte vento di quel giorno. Prese dโ€™istinto un grosso strofinaccio a quadri bianchi e rossi, in cui talvolta a casa si avvolgeva il cibo; non era esattamente come la bandiera dei pirati, ma avrebbe fatto al caso loro. Tina, che per lโ€™occasione si era sistemata sulla fronte una fascia bianca, dove aveva inserito una piuma dโ€™oca, aiutรฒ Piero a issare la bandiera sullโ€™albero maestro.
ยซE ora tutti dentroยป, disse Tina soddisfatta, mentre con un sorriso fiero guardava suo fratello Piero e Bruno, il vicino di casa, che spesso si univa ai loro giochi pomeridiani ยซAllโ€™attacco pirati! I nemici stanno arrivando!ยป
Dalla porta di casa si affacciรฒ nonna Maria. Era una donna alta e robusta, portava una gonna scura lunga fino alle caviglie e uno scialle intorno alle spalle. I capelli raccolti in una crocchia dietro la nuca mettevano in risalto bei lineamenti dai contorni marcati, un leggero colorito rosso punteggiava le gote che creavano, in quel punto, piccoli solchi fin sotto agli occhi. Guardรฒ distrattamente verso i bambini, che prontamente si nascosero dentro la cassa di legno fino a sparire, e con aria ostentatamente severa e una voce scura, disse: ยซChi ha osato rubare la mia cassa dei vini?ยป
Dopo qualche scoppio di risa proveniente dalla cassa Tina, cercando di domare lโ€™ilaritร , con un tono di voce profondo gridรฒ: ยซSono stati i pirati a rubartela!ยป
ยซOhibรฒ, allora dovrรฒ prendermela con loroยป, disse la nonna incamminandosi a passi pesanti verso la cassa di legno. I bambini, con le manine poggiate sul bordo, ogni tanto alzavano la testa per tenere dโ€™occhio la marcia di guerra della nonna. Le teste si alzavano e abbassavano, scambiandosi con voce soffocata qualche parola. Nonna Maria camminava con passi lenti e rumorosi e ogni tanto dava una boccata alla sua pipa, stretta nella mano destra. Quando fu proprio vicina, i bambini si appiattirono sul fondo della cassa con un brivido piacevole che saliva lungo la schiena e forti risate non piรน trattenute, che scoppiavano ogniqualvolta si guardavano. La faccia della nonna fece capolino sopra di loro con quellโ€™inconfondibile aroma di tabacco che portava con lei, e un largo sorriso affettuoso disegnato sul volto.
I bambini sapevano che, quando erano sotto la sua custodia, potevano fare qualsiasi cosa โ€œPurchรฉ non facessero male nรฉ a cristiani nรฉ a bestieโ€, come alla nonna piaceva ripetere. Tina si mise in ginocchio, gli occhi grigi cangianti puntati dritti verso quelli della nonna; le loro facce erano a un palmo di distanza, e anche se non avessero detto niente si sarebbero capite ugualmente. Ma Tina parlรฒ ad alta voce: ci teneva che anche il resto del gruppo fosse al corrente di tutto. ยซNonna, siamo costretti ad abbandonare la nave, gli inglesi sono troppo vicini. Possiamo fare una passeggiata per il paese, fino al castello?ยป
La nonna la guardรฒ dolcemente e le carezzรฒ la folta chioma bionda, che le arrivava fino alle spalle; poi, sfiorandole con la mano le gote paffute, le disse: ยซPurchรฉ vi divertiate!ยป, e aggiunse ยซTi affido la ciurma. Mi raccomando, tutti a casa per il tramontoยป.

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๐‘ณ๐’‚ ๐’‘๐’‚๐’“๐’๐’๐’‚ ๐’‡๐’†๐’Ž๐’Ž๐’Š๐’๐’Š๐’”๐’•๐’‚, ๐‘ผ๐’๐’‚ ๐’”๐’•๐’๐’“๐’Š๐’‚ ๐’‘๐’†๐’“๐’”๐’๐’๐’‚๐’๐’† ๐’† ๐’‘๐’๐’๐’Š๐’•๐’Š๐’„๐’‚, ๐‘ฝ๐’‚๐’๐’†๐’”๐’”๐’‚ ๐‘น๐’๐’ˆ๐’‰๐’Š, ๐‘ด๐’๐’๐’…๐’‚๐’…๐’๐’“๐’Š.

Quando ero bambina la parola femminista faceva parte del mio lessico famigliare. Mia mamma, infatti, era una ยซfemministaยป. Questa parola ne portava con sรฉ altre come collettivo, compagne, manifestazione, autocoscienza, ma anche utero, vagina, ano. Con le compagne del collettivo si andava alla manifestazione, lรฌ si cantava una canzone che faceva cosรฌ: ยซlโ€™utero รจ mio e me lo gestisco io e il capitano che si gestisca lโ€™anoยป. Il capitano erano gli uomini, tutti quanti. Cโ€™era anche lโ€™autocoscienza ma io lรฌ non potevo andarci.
Essere femministe significava, per me bambina di cinque anni, disegnarmi in faccia dei fiori con il rossetto. Significava avere gonne colorate, stare insieme, grandi e piccole. A casa, significava leggere libri come Arturo e Clementina o Rosaconfetto pubblicati da una casa editrice che si chiamava
Edizioni dalla parte delle bambine. Essere femministe era una cosa che riguardava la mia mamma, non il mio babbo. Lui non era femminista, era del PdUP.
Ma non tutte le donne erano femministe. Non lo era di certo la madre della mia compagna di scuola, che diceva che la mia mamma era una puttana perchรฉ non viveva con il mio babbo: erano separati. Non lo era nemmeno la mia maestra, che aveva i capelli bianchi e mai le sarebbe venuto in mente di cantare ยซlโ€™utero รจ mio e me lo gestisco ioยป. Non lo era mia zia, che amavo tantissimo, che si era fidanzata con mio zio a sedici anni, perchรฉ loro erano comunisti. Nemmeno mia nonna, la persona con cui passavo gran parte del mio tempo, era femminista. Questo me lo spiegavo col fatto che era vecchia, come la mia maestra: aveva cinquantโ€™anni, ma per me allora era vecchia e per questo non poteva capire.
Lei non solo non era femminista. A lei le femministe proprio non piacevano, perchรฉ non le piaceva mia madre, forse, o perchรฉ lei non aveva fatto in tempo a esserlo, femminista, sennรฒ chissร  quante volte avrebbe lasciato mio nonno invece di sopportarlo. Invece di prendersi le botte e di dargliele.
Perchรฉ essere femministe significava anche divorziare, smetterla di prendersi le botte, di sopportare le sbronze, i ritardi, di chiamare al bar Libia perchรฉ la cena era pronta da un pezzo e si freddava. E non si doveva nemmeno arrivare a questo per separarsi.
Lo si poteva fare anche cosรฌ, tanto per farlo. Infatti, la mia mamma e il mio babbo si erano lasciati anche se lui non la picchiava, nรฉ la faceva aspettare: solo aveva tante altre donne, anche loro femministe, e io ero lโ€™unica a scuola con i genitori ยซseparatiยป.
Essere femministe significava anche avere il diritto di scegliere se avere una figlia oppure no. Lo sentivo dire ai collettivi. A sei anni sapevo che lโ€™aborto doveva essere un diritto. E poi, la cosa piรน importante, o almeno a me sembrava cosรฌ: essere femministe significava esserlo insieme.
Da sole si era bambine, ragazze, donne. Ma femministe no.
Quello lo si era tutte insieme.

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๐‘ณ๐’‚ ๐‘ช๐’๐’๐’•๐’†๐’”๐’‚ ๐’”๐’– ๐‘ท๐’Š๐’„๐’‚๐’”๐’”๐’. ๐‘ญ๐’†๐’“๐’๐’‚๐’๐’…๐’‚ ๐‘พ๐’Š๐’•๐’•๐’ˆ๐’†๐’๐’” ๐’† ๐‘ท๐’‚๐’๐’Ž๐’‚ ๐‘ฉ๐’–๐’„๐’‚๐’“๐’†๐’๐’๐’Š, ๐‘น๐’‚๐’„๐’‰๐’†๐’๐’† ๐‘ญ๐’†๐’“๐’“๐’‚๐’“๐’Š๐’, ๐‘ฉ๐’‚๐’๐’…๐’Š๐’๐’Š+๐‘ช๐’‚๐’”๐’•๐’๐’๐’…๐’Š, ๐‘ณ๐’‚ ๐‘ป๐’‚๐’“๐’•๐’‚๐’“๐’–๐’ˆ๐’‚.

Lโ€™alba del dopoguerra. La bufera รจ passata e ha abbattuto il muro del fascismo. Dopo oltre ventโ€™anni lโ€™Italia si apre allโ€™arte del tempo, ai pittori e agli scultori che sono stati tenuti lontani dal nostro Paese: a cominciare dal piรน celebre e celebrato di tutti, Pablo Picasso.
Le principali cittร  italiane, Milano e Roma, rinascono. A Milano Paolo Grassi e Giorgio Strehler lavano via le macchie di sangue dal palazzo dove i nazisti torturavano i resistenti italiani e ne fanno la sede del Piccolo Teatro. La Scala viene ricostruita in un anno e inaugurata da un concerto di Arturo Toscanini, il piรน grande direttore dโ€™orchestra italiano, costretto allโ€™esilio dal fascismo dopo essere stato schiaffeggiato per aver rifiutato di eseguire Giovinezza. Lโ€™insurrezione nel dopoguerra, partita da Milano, riscatta gli italiani di fronte a tutto il mondo: un finale dโ€™opera drammatico, ma lo spirito della cittร  รจ salvo. I milanesi dopo anni di bombardamenti e distruzioni vogliono ricostruire, e vogliono farlo subito.
Roma, invece, non รจ stata devastata dai raid aerei come Milano, e anche dopo che gli americani se ne sono andati resta lโ€™epicentro della politica. A Roma finisce la monarchia e nasce la Costituente. De Gasperi lancia un concorso per il simbolo della nuova Repubblica e milioni di italiani, artisti, grafici, gente comune e persino bambini, rispondono disegnando la loro Italia.
Lโ€™Italia รจ un Paese che rinasce anche nella cultura. La scena artistica รจ dominata da due grandi donne, una nata nel 1903, lโ€™altra nel 1910. Agli albori della liberazione hanno rispettivamente quarantadue e trentacinque anni; tanto basta perchรฉ abbiano visioni diverse. Tutte e due hanno detto di no a Mussolini e al fascismo, e hanno rischiato la vita per salvare le opere dโ€™arte dalle razzie tedesche e dai bombardamenti degli alleati. Sono le prime donne a dirigere due grandi musei. Fernanda Wittgens a Milano รจ a capo della Pinacoteca di Brera, tra le piรน prestigiose dโ€™Europa. Ha protetto capolavori come lo Sposalizio della Vergine di Raffaello e la Pala di Brera di Piero della Francesca, trasportandoli di persona fino nelle Marche. Si รจ battuta per il Cenacolo affrescato da Leonardo sulla parete del Refettorio di Santa Maria delle Grazie, prima per proteggerlo con una controparete di sacchi di sabbia e poi per restaurarlo perchรฉ i posteri potessero ancora ammirare questo simbolo di bellezza e mistero dellโ€™umanitร .
Non solo: Fernanda ha salvato la vita a decine di ebrei e per questo รจ stata incarcerata, interrogata, condannata; resterร  a San Vittore per cinque lunghi e terribili mesi, piรน altri quattro piantonata in clinica. Oggi Fernanda Wittgens รจ annoverata tra i Giusti tra le nazioni: ha rischiato la vita per salvare quelle di altre donne e di altri uomini.
Palma Bucarelli a Roma reinventa la Galleria Nazionale dโ€™Arte Moderna e la trasforma da museo ottocentesco a museo dโ€™arte contemporanea conosciuto nel mondo. Sfida i tedeschi vestendo tailleur grigioverde militare che ricordano le loro divise; in vita porta una cintura fatta con bossoli senza proiettili, ma nel cesto della bicicletta ha i fogli clandestini della Resistenza. Con la โ€œtenacia di un mastinoโ€ di notte, da sola, alla guida della sua Topolino, compie viaggi estenuanti tra Roma e Caprarola: cento chilometri ad andare e cento a tornare, col fiato in gola e i vetri dei finestrini rotti, poca benzina e gomme di fortuna, su una strada disastrata. A bordo un carico di casse con dentro le opere della Galleria.

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๐‘ฐ๐’๐’•๐’Š๐’Ž๐’ ๐’”๐’Š๐’ƒ๐’†๐’“๐’Š๐’‚๐’๐’, ๐‘ช๐’‚๐’“๐’๐’‚ ๐‘ด๐’–๐’”๐’„๐’‰๐’Š๐’, ๐‘ด๐’‚๐’๐’๐’Š.

In quella notte memorabile Nechljudov stentรฒ ad addorยญmentarsi. Quando finalmente ci riuscรฌ, dopo essersi rigirato mille volte nellโ€™angusto letto di locanda che occupava, cadde in un sonno pesante e ricco di sogni, che si susseguivano e si dileguavano come le nebbie novembrine profumate di neve sopra il fiume di quella cittร . Andando dietro al convoglio dei deportati il suo corpo, abituato al ritmo di sonno e veglia delยญlโ€™alta societร , in cui la notte si stava alzati fin tardi, addormenยญtandosi solo poco prima che il lavoratore si alzasse per iniziare le fatiche della giornata, aveva assunto un andamento del tutto nuovo. La mattina Nechljudov si svegliava presto, ancora col buio, adesso che era novembre. Sapeva che a quellโ€™ora giร  il convoglio dei deportati si avviava verso la tappa successiva. Lui non li raggiungeva subito: si dava il tempo per lavarsi e riยญpulirsi per quanto possibile, bere il tรจ, raccogliere le sue cose, curare che venissero caricate in vettura e partire per raggiungere i forzati. Quella mattina perรฒ non cโ€™era motivo di affrettarsi. Per cominciare, il convoglio dei deportati sarebbe partito dalla cittร  solo lโ€™indomani, lasciando ancora un giorno per portare a termine alcuni approvvigionamenti e qualche pratica ammiยญnistrativa. Anche i carcerieri desideravano un poโ€™ di riposo e approfittavano sempre delle soste nei centri piรน popolosi per rifornirsi di vodka e tabacco, dormire qualche ora in piรน e magari divertirsi con qualche ragazza. Quel giorno quindi Nechljudov non aveva bisogno di alzarsi di buonโ€™ora. Inoltre, lui sperava che Katjuลกa, adesso che era stata graziata, venisse non liberata, gli avevano spiegato il giorno precedente che questo era impossibile, ma almeno trattenuta in cittร  in attesa del dispaccio ufficiale che annunciava la sua libertร .

Il giorno precedente si era ripromesso di recarsi di nuovo alla prigione di tappa per ottenere questo. Se Katjuลกa fosse rimasta in cittร , anche il principe Nechljudov vi si sarebbe tratยญtenuto, rimandando cosรฌ il salto nellโ€™ignoto. Il ritorno a Mosca per lui infatti si prefigurava tale.

Quando Dmitrij Ivanoviฤ aprรฌ gli occhi, cercรฒ subito con la mano lโ€™orologio: erano passate le undici. Da dietro le tendine della finestra entrava una luce lattea che illuminava il modesto arredamento della stanza: una seggiola zoppa ai piedi del letto, un vecchio comรฒ e un robusto tavolo di rovere. Da piรน di due mesi il principe Nechljudov seguiva il convoglio dei condannati cambiando letto quasi ogni notte, quindi non si sarebbe dovuto stupire del paesaggio sempre nuovo che vedeva al risveglio, eppure quel mattino quasi si spaventรฒ nel trovarsi in una stanza sconosciuta, a mille verste da casa sua. Era proprio a casa sua infatti che aveva creduto di risvegliarsi. Non le camere ammobiliate che aveva affittato negli ultimi tempi ma proprio la sua stanza, quella che aveva occupato fin dallโ€™infanzia nella grande casa dove lโ€™anno prima era morta sua madre.

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๐‹๐š ๐’„๐’Š๐’๐’’๐’–๐’Š๐’๐’‚ ๐๐ž๐ฅ๐ฅ๐š ๐•๐ˆ๐ˆ ๐ž๐๐ข๐ณ๐ข๐จ๐ง๐ž ๐๐ข ๐‘ญ๐’†๐’Ž๐’Ž๐’Š๐’๐’Š๐’๐’†, ๐’‘๐’๐’–๐’“๐’‚๐’๐’† – ๐‘ท๐’“๐’†๐’Ž๐’Š๐’ ๐‘ณ๐’†๐’•๐’•๐’†๐’“๐’‚๐’“๐’Š๐’ ๐‘จ๐’๐’๐’–๐’Ž๐’Š๐’†๐’“๐’†

Siamo felici di presentarvi le opere selezionate dalla โ€œGiuria dei lettoriโ€ per la fase finale della settima edizione di ๐‘ญ๐’†๐’Ž๐’Ž๐’Š๐’๐’Š๐’๐’†, ๐’‘๐’๐’–๐’“๐’‚๐’๐’†. – ๐‘ท๐’“๐’†๐’Ž๐’Š๐’ ๐‘ณ๐’†๐’•๐’•๐’†๐’“๐’‚๐’“๐’Š๐’ ๐‘จ๐’๐’๐’–๐’Ž๐’Š๐’†๐’“๐’†. La cinquina verrร  ora giudicata dalla โ€œGiuria delle esperteโ€, che decreterร  la terzina finalista e lโ€™opera vincitrice.

Nei prossimi giorni ve le faremo conoscere piรน da vicino attraverso lโ€™incipit e una foto di Karyn Minerva.
Nel frattempo, vi sveliamo i titoli:

๐‘ฐ๐’๐’•๐’Š๐’Ž๐’ ๐’”๐’Š๐’ƒ๐’†๐’“๐’Š๐’‚๐’๐’ di Carla Muschio, Manni.
๐‘ณ๐’‚ ๐’‘๐’‚๐’“๐’๐’๐’‚ ๐’‡๐’†๐’Ž๐’Ž๐’Š๐’๐’Š๐’”๐’•๐’‚. ๐‘ผ๐’๐’‚ ๐’”๐’•๐’๐’“๐’Š๐’‚ ๐’‘๐’†๐’“๐’”๐’๐’๐’‚๐’๐’† ๐’† ๐’‘๐’๐’๐’Š๐’•๐’Š๐’„๐’‚ di Vanessa Roghi, Mondadori.
๐‘ณ๐’‚ ๐‘ช๐’๐’๐’•๐’†๐’”๐’‚ ๐’”๐’– ๐‘ท๐’Š๐’„๐’‚๐’”๐’”๐’. ๐‘ญ๐’†๐’“๐’๐’‚๐’๐’…๐’‚ ๐‘พ๐’Š๐’•๐’•๐’ˆ๐’†๐’๐’” ๐’† ๐‘ท๐’‚๐’๐’Ž๐’‚ ๐‘ฉ๐’–๐’„๐’‚๐’“๐’†๐’๐’๐’Š di Rachele Ferrario, La Tartaruga.
๐‘บ๐’๐’“๐’†๐’๐’๐’† ๐’”๐’‘๐’‚๐’Š๐’‚๐’•๐’† di Lucia Esposito, Giunti.
๐‘ป๐’Š๐’๐’‚ ๐‘จ๐’๐’”๐’†๐’๐’Ž๐’Š. ๐‘ณ๐’‚ ๐’“๐’‚๐’ˆ๐’‚๐’›๐’›๐’‚ ๐’…๐’†๐’๐’๐’‚ ๐‘น๐’†๐’‘๐’–๐’ƒ๐’ƒ๐’๐’Š๐’„๐’‚ di Chiarastella Campanelli, Graphofeel.

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