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Grado, marzo 1979

Se mio padre avesse rivolto il suo fucile da caccia contro di noi sarebbe stato meglio. Papร  non sapeva che uccidendoci avrebbe arginato lโ€™infelicitร  dellโ€™infelicitร : quella della mamma, dei miei fratelli e di tutti coloro che sarebbero discesi dal nostro ceppo infestato.
Non posso immaginare quanto dolore, quanto spavento siano arrivati a mia madre e mio padre attraverso mio nonno e mia nonna, e ancora prima dagli avi dei miei avi e su su, per darmi quello spartito disallineato che mi ha fatto diventare lโ€™essere che sono. Devono aver usato carta scadente, su cui sono riusciti a tracciare solo righe sovrapposte.
Mi chiedo chi siano stati gli ultimi nella linea ascendente a farsi una risata, perchรฉ a me รจ arrivata soprattutto sofferenza, oltre ai capelli scomposti e agli occhi neri di pece. Chi ha terrorizzato i miei progenitori? I barbari che non riuscivano ad attraversare la laguna? Le spie dellโ€™impero austroungarico? O son stati i tedeschi che hanno avvelenato il futuro dei miei nonni? Ciรฒ che hanno provato รจ scritto nel mio corpo e nel mio cervello. Se cerco a tentoni nel mio sangue quello che i dottori non possono leggere nelle analisi mediche trovo le paure, la codardia, la speranza morta che hanno sentito quelli prima di me. E io, come se rimanessi imprigionata nel loro scheletro neuronale, sono riuscita a trasmettere solo abbandono, solitudine, rabbia. Non ho avuto la forza di cambiare, e cosรฌ i miei fratelli.
Se ne era accorto probabilmente papร , che si limitava a osservarci come fossimo piccole calamite di immondizia. A tavola ci lanciava sguardi tra il mal di denti e il disprezzo mentre mangiavamo scoordinati, le posate come pezzi di un meccano ancora da costruire, le nostre parole impastate di cibo. I radi capelli impazzivano in testa alla mamma a ciocche disomogenee, ritte, come lโ€™auspicio di unโ€™elettrificazione che la potesse costringere a scappare. La vedevo in piedi, di schiena, sui fornelli, mentre fingeva di preparare cibo giร  scotto. Cโ€™era sempre il momento esatto in cui papร , prima di mettere in bocca la forchetta, si voltava per non vederci, guardava il muro e io rimanevo ipnotizzata dalla scanalatura posteriore del collo, dove tre lame di pelo scendevano fin sotto la radice delle spalle formando una M enorme, statuaria: la M di Mussolini. Lโ€™avevo vista sui muri di un edificio per metร  crollato al limitare di Grado, sotto la scritta cubitale RICORDATI DI OSARE SEMPRE.

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