2 gennaio 1998, treno
Il treno partirร alle sette e trenta dalla stazione centrale di Napoli. In orario. Seconda classe, carrozza numero otto, posto quindici. Prima di salire a bordo saluto la comitiva di parenti che mi scorta fino al binario tre intonando una cantilena di raccomandazioni โ metti il cappello, ricorda la sciarpa, infila i guanti, telefona appena arrivi, chiudi la porta di casa, controlla il rubinetto del gas โ che confluisce in un fragoroso crescendo rossiniano di: ยซMangia! Mangia! Mangia!ยป.
Per essere sicuri che il loro appello non cada nel vuoto e garantirmi il sostentamento per almeno i prossimi dieci anni, zii e cugini di ogni grado mi consegnano buste e zaini pieni di viveri e mi baciano come se non dovessi tornare mai piรน. Salgo sul treno, sistemo i bagagli e mi sporgo dal finestrino.
Sorrido spavalda mentre mia madre, giocando dโanticipo con le sue lacrime, estrae un fazzoletto di cotone bianco dalla borsa. I parenti si avvicinano il piรน possibile alla carrozza per lanciare baci, qualcuno allunga il braccio per imprimerli sul vetro del finestrino. Mia sorella Chiara rimane ferma un passo indietro. Immobile, nascosta dalla sciarpa che le copre la bocca. Guardo solo lei, aspetto un saluto, un cenno con la mano o una smorfia con il viso, ma รจ lโunica del gruppo che non si agita, che non fa nulla.
Il capostazione fischia. Il treno parte. Ci vorrebbe un ritardo che dilati il tempo degli abbracci, ma al di lร del vetro vedo Chiara farsi sempre piรน piccola fino a sparire e scorgo solo un puntino bianco: il fazzoletto che mia madre sventola come nelle partenze di un secolo fa, quando i parenti salutavano dalla banchina gli emigranti imbarcati sui piroscafi diretti in America.
Vorrei fermare la carrozza e scendere, ma sistemo la valigia e mi siedo al mio posto. Mi guardo attorno. Capisco subito che non parlerรฒ con nessuno almeno fino a Roma.
Mi sento sollevata, questa solitudine mi rassicura. Non sopporterei la curiositร di un passeggero nรฉ le sue domande di circostanza. Ho troppi interrogativi dentro di me per dare risposte a degli sconosciuti. Tiro fuori dalla borsa il mio taccuino e comincio a scrivere. In fondo, a sinistra, con la
guancia schiacciata contro il finestrino, cโรจ un uomo senza etร . Ha lโaria di chi non ha nessuno da rivedere. Guardo in alto, nel vano portabagagli. ร vuoto. Sul tavolino ha appoggiato un sacchetto da cui spunta il collo di una bottiglia di plastica senza tappo. Come alza lo sguardo su di me, io non
lo fisso piรน. Dietro di me รจ seduto un anziano in giacca e cravatta, i capelli bianchi pettinati allโindietro. Dai suoi discorsi con il vicino capisco che รจ diretto a Milano. Come me.
A fare che?
Giร , perchรฉ si va a Milano? Rimbomba una voce nella mia testa. ร unโeco che non riesco a silenziare. Mi sento dilaniata, il treno รจ proiettato in avanti e io guardo indietro. Il futuro mi attira, il passato mi risucchia.
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